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I profili di Gianni Brera: Livio Berruti e il piacere di correre PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Usala   
Lunedì 07 Dicembre 2009 06:59

Livio Berruti e il piacere di correre. di Gianni Brera

Livio Berruti nasce chierico a Torino. Suo padre e sua madre sono di Stroppiana, nella parte bassa della provincia di Vercelli. La provincia di Vercelli comprende austere montagne e una pianura tutta alluvionale. In questa pianura vivevano i Liguri, che nessuno ha mai saputo da dove venissero. Catone ha scritto che Vercelli era dei Liguri; Tito Livio dei Galli (non, ut Cato scripsit, Ligurum sed Gallorum). E' ovvio che ai Liguri si sovrapposero i Galli, fondatori di Milano.

Vercelli, Novara e Pavia erano molto più antiche: le avevano fondate i Liguri: o forse un altro popolo che i Liguri hanno sopraffatto.

Nei pressi di Vercelli, i Cimbri e i Teutoni in cerca di terra nuova erano stati sconfitti da Mario: i superstiti erano stati venduti come schiavi secondo usanza. E' probabile che molti di loro si siano fusi con Liguri e Galli. Il chimismo etnico delle tre province da riso si è poi complicato con l'occupazione lombarda. Pavia era la capitale del Lombardi e non passò al Piemonte come Vercelli e Novara, nel 1738: ne vennero cedute due parti, la Lomellina e l'Oltrepò.

Il dialetto piemontese è di ceppo gallo-ligure-lombardo. In particolare il dialetto di Berruti è molto simile al mio, di papiensis. Il mio solo dubbio è che Berruti parli dialetto. Nascendo chierico a Torino da due piccoli borghesi di Vercelli, è molto difficile parlare altro che il gergo italiano, per giunta complicato dalle inflessioni piemontesi, qualche "e" a rovescio, o troppo larga o muta addirittura.

I due piccoli di Stroppiana avevano un solo figlio e dovevano soffocarlo di amore. Lo vedo vestito di bianco , pallido e pulitino come una bimba. Arrotava l'erre e smentiva ogni sopraffazione mammista con un tocco di pura follia. I ritorni estivi a Stroppiana lo avvicinavano ai nonni , pilatori di riso. Il tocco di follia doveva portarlo a correre swulle arginelle non tutte dritte delle risaie.

Le arginelle erano corsie di più soffice fondo. Il piede inquieto del futuro chierico le percorreva indovinando la pedata e la spinta ad ogni passo. Il riso spighiva in chicchi dorati di pula. Si nutriva di un'acqua sepre più torbida di rane e di borracina. Il futuro chierico si è formato alle curve in quel modo pazzariello.

Quando l'ho visto avventarsi dai blocchi in progressivo, e sgomitare in di sinoistro con armoniosa energia, improvvisamente l'ho riscoperto ligustino antico. Strane visioni di puledri con lunghe criniere e ragazzini di città con le gambe troppo bianche per quelle rive di fango, quei pomeriggi grevi di umidore e di afa. Livio Berruti emergeva da un paesaggio che i nostri padri comuni avevano creato dall'acqua. Un tocco di follia conferiva innocenza al suo stile ricercatissimo.

Io non so spiegarmi sensazioni estetiche inimamente così legate a ricordi ancestrali. Deve entrarci il sangue , e la pianura impastata di noi, la nostra carne e le nostra ossa. I campanili tozzi fiammeggiano al tramonto. Lo spettro delle dita trafitte dal sole ha lo stesso colore intenso. Mattoni e carne vivono della medesima luce. Ecco i ligustini che anche noi eravamo, e i puledri di lunga criniera , le loro agili gambe ad indovinare il fondo più elastico.

Poi, la sua immagine si sublima in iperboli sconvolgenti. Il chierico è atleta bellissimo: Giorgio Oberweger mi dice "Vincerà l'Olimpiade con un metro su tutti. Scrivilo pure". Annoto in attesa di scrivere. Zio Pietro ci porta a boccaloni. Giorgio ed io siamo ciucchi fradici. Al ritorno ho la lingua pesa e il dispetto di tradire qualcuno del mio sangue. Ma quante Olimpiadi non abbiamo già vinto, Stassano, Oberweger ed io ! Il culto mitomane che dilata la speranza. In realtà, celebriamo noi stessi negli atleti che i nostri occhi vanno ingigantendo. Non scriverò di Livio Berruti primo con un metro su tutti al traguardo dell'Olimpiade romana, ma capirò Pasquale Stassano, anch'egli ligustino di origine (di Tortona).

Io vedo sollevarsi i dorsi allo sparo, protendersi i ginocchi destri, spingere a ritroso, bruschi, i gomiti sinistri: per un istante i sei finalisti sospesi e come invocanti, la mano destra poco più alta del capo. L'arginella di risaia irrompe sul rettilineo là dove un colombo per nulla atterrito si leva dai piedi frenetici di Livio. L'augurio decisivo si determina in quel volo confusamente sfumato, labile. Il ligustino Pasquale Stassano non osa guardare. Prega. Ai centocinquanta metri dico: "ha vinto".

Pasquale dapprima si irrigidisce , poi d'improvviso ha un guizzo che lo porterebbe diritto sugli spuntoni dell'inferriata. Mi aggrappo a lui , svenuto ed ossesso. Le ultime falcate sono di tormentosa veemenza. Il petto inarcato e proteso cerca il filo di lana: all'istante in cui trova quel tenue contrasto, qualcosa fiammeggia e folgora. Le gambe meravigliose non servono a secondare il ritmo ormai inutile. E' la rovinosa caduta oltre il traguardo.

Io non sono il rombo del mio cuore disfatto; avverto i muscoli di Pasquale scossi da un fremito penoso, epilettico; i suoi gemiti smarriti. Non c'è stato il facile metro di Giorgio Oberweger, aruspice briaco ed ottimista. Un demoniaco negro da saga medievale è emerso minaccioso nel finale di corsa. Non ho vergogna di vederlo simile al mostruoso diabbolo degli Scrovegni. Il mio puledro candido gli è sfuggito d'un filo di criniera. dalle sue ceneri va emergendo il chierico già privato delle ginocchia al solo avvertire il filo sui capezzoli.

Non scriverò che mi ha attanagliato le viscere un ricordo oscuro e lontano? O gloria terrestre dei ligustini inventori della terra, o patria da riso, o sangue a noi comune. Non capirete Pasquale irrigidito di amore appagato e non sperato prima per umiltà; non capirete il cronista violentemente strappato al travertino estraneo di Roma. Non un Cato scripsit. Diceva che i ligustini erano tanto bestie da non sapere da dove venissero, mentre loro, i romani, discendevano dritti da Venere.

Sollevate il mio candido puledro, portatelo anelante al podio dei vincitori: gli sia posta la corona di olivastro sulla fronte ancora madida. Gloria a te, sangue del nostro sangue. Verrò anche tacciato di razzismo. Sì , per una volta sono fiero di questo vecchio sangue estenuato nei secoli, non spento. Ho vinto anch'io un'Olimpiade, oggi: sono molto generoso ad ammettere che l'avete vinta anche voi.

Il ditirambo sa di antiche pene; di sfoghi necessari. In alto le bandiere e i canti. Tutta l'Italia è sua, candido puledro. Una vittoria olimpica è degna del sole. Pindaro vendeva epinici gloriosi per dracme tremila: quindici buoi a ricompensare il suo genio. Per noi, febbrile smanie, e indomabili parole, restie ad ogni ritmo. Così ti celbriamo , indegni fratelli. Il mondo non vide mai volitare così eletto cursore dello stadio. Il suo passo fatato non si posa: ali invisibili inneggiano al mito. Abbattiamo un tratto di mura e facciamo che entri solo sul suo cocchio dorato.

E ora "Perchè corri, Berruti?"

"Perchè mi piace"

"Perchè ci ricordi così tristemente di essere stato?"

Perchè mi piace correre"

Le risposte sono semplici, naturali. E' ridicolo il nostro dispetto per un'offesa che non è tale, nemmeno alla casta memoria. Puerilmente lo vorremmo rapito in cielo, come toccava ai semidei. Invece il chierico sopravvive all'atleta: e proprip questo è sublime. Corro perchè mi piace. L'immagine che avete conservato di me non mi riguarda. Anch'io mi rivedo fluido e volitante. Oggi Livio Berruti ha assolto ogni impegno con il passato e con voi. E' portentoso che, ricordandosi, corra ancor oggi così bene, senza sentirsi umiliato. Non parliamo di altri miracoli. Il rito solenne è stato consumato a suo tempo. La vera giovinezza è questa voglia di correre ancora: e gioiosamente onorarla servendo lo sport.

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 27 Dicembre 2011 18:59